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1=1 è il mio progetto che combina scrittura e fotografia. Ogni fine capitolo del mio nuovo legal thriller italiano in stesura è un avvenimento da celebrare e condividere qui. Con una foto, che ha ispirato o è collegata al racconto, una citazione del testo scritto in quel capitolo e qualche nota esplicativa.

Capitolo 20 – opposti si confrontano

Capitolo-20
Sony A7 con Zeiss Planar 45, 1/2000 f2.8 ISO 100 – JPG OOC

“Lo rifinii con la lima fino a che ottenni un piccolo dardo a due punte, di un dieci centimetri di lunghezza, perfettamente simmetrico e bilanciato. Lo misi a terra e provai a farlo saltare. Perfetto. Poi lo lisciai con la carta vetrata e con i Carioca decorai per bene manego e sciànco. A questo punto ero pronto.”

Un capitolo di opposti che si avvicinano, si osservano e si confrontano. Il nostro protagonista deve prendere una decisione, combattuto tra paura e bisogno di sapere, curiosità e istinto di sopravvivenza. La sua scelta imprimerà una svolta nella storia, che ora inizia ad avvitarsi e prendere velocità.

Opposti si confrontano anche nell’immagine che accompagna il capitolo. L’oggetto che vedete è uno sciànco, un gioco dei nostri bisnonni, che quando ero ragazzino era ancora piuttosto popolare nel mio quartiere (e io ero bravissimo, NdA), mentre la foto è stata scattata con la nuovissima Sony A7, una fullframe oggi ai vertici tecnologici assoluti. 

Giusto quest’estate ho insegnato ai miei figli come costruirsi uno sciànco. In un nulla si sono appassionati ai rituali e alle dinamiche del gioco e abbiamo tirato tardi più di una sera a battere, correre e urlare nel piccolo parcheggio del nostro quartiere. Da lì l’idea che quel gioco avrebbe potuto finire nella mia storia e…

 

Capitolo 19. Divieto di accesso

 

Capitolo-19
Sony NEX5 con Zeiss Sonnar 24 – 1/320 F2.2 ISO400 RAW

Un filo di ferro è tirato tra due pali, al centro è appeso un cartello di lamiera completamente arrugginito con una scritta in stampatello irregolare. La vernice gialla delle lettere è in gran parte sfaldata, ma dal contrasto delle tonalità di ruggine si legge:

PROPRIETA’ PRIVATA – divieto d’accesso

– Ecco, lo dicevo. – Sbotta l’uomo con gli occhiali. – Non possiamo entrare.

Devo dire che quello che mi ha veramente sbloccato e rimesso in carreggiata dopo lo stop delle settimane scorse è stato un video di pochi secondi, intravisto forse in un TG. La sequenza mostrava un campo incolto, attraversato da uomini con giacche fluorescenti rosse e mi si è conficcata lì, nella testa. Ho buttato giù alcune righe, senza sapere bene come sarebbero finite nella mia storia:

Avanzano in silenzio, con l’oscurità che li sta braccando alle spalle. Le casacche rosse chiazzano la nebbia come stimmate. Procedono a ventaglio, con lo sguardo fisso a terra, sembrano denti di erpice trascinati sul terreno congelato.

Poi, il subconscio ha iniziato a lavorare e ho capito che quella frase poteva essere l’apertura di un’altra svolta narrativa e che quegli uomini sarebbero finiti davanti a uno strano cartello che avevo intravisto una volta durante un giro in MTB. E’ quello che vedete in foto. Alle spalle una casa apparentemente abbandonata. Dopo un attimo di indecisione gli uomini entrano nella proprietà, contravvenendo alle disposizioni loro date e…

Capitolo 18. Aspetta che passi.

Capitolo-18
Sony A700 + Zeiss Vario Sonnar 16-80 – 1/60 F/4 ISO 200 – RAW

“Un rumore assordante fece tremare l’aria, i rami, l’albero e tutto il mio corpo. Il cuore mi saltò in gola e mi avvinghiai stretto al ramo, sentii la corteccia conficcarsi nella pelle. Il sole venne inghiottito da una mano nera e il mondo si oscurò. Nuvole nere ribollivano sopra la mia testa, si diffondevano veloci come inchiostro nell’acqua. Un secondo tuono scoccò lì vicino. Percepii il lampo di luce e l’odore di ozono, l’aria tremò di nuovo e il rimbombo mi entrò nelle ossa. Poi iniziarono le gocce. Mi rizzai a sedere, la maglietta che si punteggiava di macchie, dovevo scendere alla svelta. Sapevo bene quale era la cosa più stupida da fare durante un temporale e in quel momento c’ero addirittura sopra.”

C’è poco da fare, quella che ho alle spalle (spero) è una lunga, maledetta, battuta d’arresto. Imprevista, non voluta, che detesto. Non so dire cosa sia stato, ma non sono più riuscito a proseguire. Un po’ la storia, forse. Che come epilogo non mi convinceva ancora del tutto e quando è stata l’ora di imboccare una o l’altra strada che avrebbe portato la narrazione in un evolversi di eventi ben preciso mi sono bloccato. Qual’era la direzione giusta? Cos’era che volevo raccontare? Perché mi ero imbarcato in quella precisa storia, tra le tante che avevo in mente?

O forse le difficoltà che ancora incontro nel promuovere e far conoscere il mio primo libro. Perché quando lo propongo mi trovo a cozzare contro un muro di indifferenza? Perché incontro tanta diffidenza quando cerco di organizzare (senza costi per altri) una presentazione, un evento? Perché il mio libro è difficile da trovare sugli scaffali delle librerie (provate a vedere in quella grande libreria in centro, sì proprio quella)? Tutti mi dicono che NON TI SVEGLIARE di strada in due anni e mezzo ne ha fatta tanta, ma è veramente tanta mi chiedo? Quattro edizioni, circa 5000 copie, ma veramente in Italia questo è un grande risultato? Perché questi numeri a me dicono un’altra cosa?

E quindi, la domanda di fondo: ha senso dedicarsi così tanto anima e corpo a un progetto che poi magari sarà ancora più difficile da far conoscere? Non è meglio passare le serate a leggere, ad ascoltar musica, a giocare coi figli o a stravaccarsi davanti alla TV? Invece di ostinarsi a fare notte fonda scrivendo storie che pochi leggeranno? Ecco, è un caso, ma la foto con cui riprendo questo percorso mi sembra appropriata. Il mio piccolo protagonista sa cosa fare, sa che deve mettersi al riparo e aspettare che il temporale passi. Forse devo solo imparare da lui. 

Capitolo 17 – Tutto è cambiato

Capitolo-17
Sony NEX5 con Sony SEL 16mm – 1/30 f2.8 ISO 800 – RAW

La luce lo investe come un maroso e deve attendere prima di riuscire a mettere a fuoco l’uomo. Ha la pelle del viso come cuoio e capelli bianchi a spazzola, che sembrano scompigliati. Due spalle ossute, incurvate dall’età dentro una camicia a righe abbottonata alla meglio. Cerca nella memoria, ma non lo trova. Non lo conosce, forse non lo ha mai visto.

Eccomi. Torno a questo progetto letterario-fotografico dopo un mese e mezzo di bianco e nero secco. Da una parte tre settimane di ferie, in cui sono stato libero di scrivere come un forsennato, dall’altra tre settimane di ritorno alla routine di lavoro (per me) e scuola (per moglie e figli), in cui non sono più riuscito a scrivere una riga.

Ho dedicato le vacanze a una revisione di tutto il materiale scritto e ho finito per ricombinare l’intreccio e l’ordine dei capitoli. Ho anticipato l’inserimento di una trama secondaria, che contribuirà a complicare la vicenda e confondere le idee ai lettori. Ad esempio, questa, che dovrebbe essere la foto che rappresenta il capitolo 17 in realtà è diventata quella del “nuovo” capitolo 13. Di conseguenza, tutto è stato scalato e… insomma, un bel casino. La stessa cosa mi era successa con NON TI SVEGLIARE, ma là non avevo un percorso fotografico a inchiodare la sequenza di quanto scritto.

Le ferie sono state anche una “disintossicazione da social network”. All’inizio non c’era wi-fi, la connessione 3G era scarsa e intermittente e in pochi giorni mi è passata la voglia di restare in contatto col mondo. Negli ultimi giorni di ferie anche intravvedere i titoli dei giornali mi infastidiva. Ora ho deciso che è il momento di tornare alla civiltà, rispondere alle richieste di amicizia su Facebook, twittare qualche banalità e riprendere seriamente il mio blog.

La foto è stata scattata durante una delle “uscite” di documentazione, necessarie per imprimere nel testo quel legame con la realtà veneta che hanno fatto di NON TI SVEGLIARE uno dei testi segnalati al Premio Calvino. Quest’uomo, presentatomi da un’amica, mi ha accolto nella sua casa e raccontato per ore della sua vita, come se mi avesse conosciuto da sempre. Per rispetto nei suoi confronti ho preferito oscurarne il volto, ma vi assicuro che era rugoso ed espressivo come le sue parole.

Capitolo 16. La vecchia casa al centro del mondo.

Capitolo-16
Sony NEX-5 + LA-EA2 + Zeiss Vario Sonnar 16-80 – JPG (Panorama mode)

“Il respiro dei grilli era sempre lì, sempre lo stesso di quel giorno. Osservai la casa in pietra, il fienile, il grande albero mezzo secco. Sembrava tutto uguale alla volta precedente. O forse no? C’era qualcosa di diverso?”

Quella vecchia casa nel nulla della campagna veneta esercita una strana attrazione sul nostro piccolo protagonista. Già una volta era riuscito a sfuggirle, ma ora vi è tornato, quasi inconsciamente. Un po’ come quando hai perso un dente e con la lingua torni a tastare il sentore del sangue sulla gengiva. Nel capitolo 16 è finito di nuovo là, con il bisogno di osservare e cercare di capire cosa c’è di sbagliato in quel luogo.

L’ispirazione per questa casa, il centro del mondo narrativo per i prossimi capitoli, mi è venuta da un casolare abbandonato lungo la S.P.17. Per esigenze “drammatiche” l’ho circondata da un alto muro, ma il luogo che ho in mente quando scrivo è quello che vedete nella foto (e sì, se avete seguito uno dei miei reading su NON TI SVEGLIARE, il casolare è anche quello citato parlando del XXIII Premio Calvino… ).

La foto copre 180° di orizzonte ed è ottenuta unendo più immagini scattate in sequenza. Ho sempre adorato questo tipo di “foto a giro”, la mia prima l’ho scattata da ragazzino sotto le tre cime di lavaredo con la Minolta Hi-Matic di mio padre, e ho poi unito con lo scocth 12 foto in 10×15 su una parete della mia camera. Oggi è molto più semplice, la NEX ha la funzione panorama che sforna un JPG già pronto, funziona bene quasi quanto lo scotch!

Capitolo 15. Che cosa sta succedendo, Rubens Gatto?

..

Tavoli con sedie in colori spaiati, sotto calotte alluminio ripiene di luce. Tovagliette di carta bianca disposte in schiere militari, le posate arrotolate dentro salviette rosse come sciabole da parata. Fa alcuni passi, le scarpe di cuoio scricchiolano sul pavimento di legno grezzo. Una band sul fondo suona a ripetizione un vecchio pezzo della PFM, ma il locale è vuoto, completamente vuoto. Che cosa sta succedendo, Rubens Gatto?

Pausa di riflessione, battuta d’arresto o quello che il §7.3.3 della ISO9001:2008 chiama riesame della progettazione e sviluppo? Comunque la  mettiamo, è passato un po’ di tempo da capitolo e foto precedenti. La ragione è che a luglio “arrivo lungo”, stanco da un anno di lavoro (quello vero, intendo), con mille attività da chiudere prima delle ferie e il caldo che alza il livello di nervosismo. Torno a casa con la testa piena, con la voglia solo di mettermi le ASICS e andare a correre lungo l’argine. Anche la sera i figli (in vacanza, loro) ora stanno alzati fino a tardi e reclamano partite a Cluedo o a Macchiavelli…

E così mi sono fermato, ho lasciato decantare il testo. Ho letto qualche libro di riferimento della “concorrenza”, cercando di capire cosa ne apprezzavo veramente e come migliorarmi. E poi ho riletto il mio lavoro. Daccapo, tutto d’un fiato. Con l’intento di coglierne la visione di insieme, di assaporarne il gusto complessivo. Un vero e proprio riesame di progetto, che mi ha portato a ritoccare qualche parte, sfrondare alcuni passaggi, rendere più “secchi” alcuni dialoghi. E per sancire questa milestone ho anche deciso che la foto sarebbe stata qualcosa di più: un video.

Ora siamo al punto in cui la valanga degli eventi si è staccata e inizia a prendere velocità. L’avvocato Rubens Gatto e l’investigatore Celestino Maculan iniziano a ricostruire i fatti. Per farlo si incontrano in un locale deserto, come quello in cui siamo capitati una sera dello scorso inverno io e Laura. I figli dai nonni, in tasca i biglietti per uno spettacolo teatrale a Verona e nel tragitto perfino il tempo per una cena da “morosi”. Siamo incappati in un locale messicano alle porte della città. Vista l’ora era completamente deserto, ma una band suonava imperterrita davanti ai tavoli vuoti. Inquietante. Un’atmosfera da riprendere con lo smartphone e tenere buona per il libro!

 

Ho

Capitolo 14. Una trappola nel mare d’erba.

Capitolo-14
Sony NEX-5 con Zeiss Planar 45mm – 1/2500 f/2.8 ISO 200 RAW – 16:9

Mi fermai un paio di metri prima che l’erba finisse, prima dello spiazzo di cemento. E adesso? Rimasi in ascolto, scrutando tra gli steli verdi e oro. Lo stridio dei grilli e delle cicale pulsava a tempo col mio cuore. Una brezza leggera faceva fremere di tanto in tanto le spighe di semi non ancora mature. Mi avvicinai un po’ di più allo spiazzo. Era una trappola, lo sentivo.

Niente nebbia finalmente. Né nel testo, né nelle foto, né fuori. Quando ho iniziato a scrivere questo livello della storia era inverno profondo e confesso che ho avuto qualche difficoltà a immaginare un fine maggio stranamente afoso. Problemi di memoria, soprattutto (sì, l’età…). Difficile ricordare quelle piccole cose che quand’è il momento di viverle non si notano, ma diventano fondamentali quando c’è da portare una storia sulla carta. Di che colore sono gli steli d’erba a inizio giugno? In che periodo del mese matura il grano? Quand’è che si inizia a sentire la pressione del sole sulla pelle?

Ho scattato questa immagine sull’argine del fiume che passa dietro casa, lo stesso corso d’acqua che compare nella prima foto di questo progetto e con lo stesso “volontario” (ovvero, l’unico dei miei figli ancora disposto a farsi fotografare). Mi impressiona vedere come il tempo stia scorrendo, più velocemente di quanto io riesca a scrivere, ma mi dà un senso di calore il rendermi conto che la storia sta crescendo attorno ai luoghi dove vivo.

Il 16:9 è un formato che uso raramente, troppo “televisivo”, ma qui mi sembra appropriato. Il mio piccolo protagonista è infatti rimasto solo in questo capitolo. Solo in un luogo isolato, dentro un mare d’erba e alle prese con un mistero che inizia a farsi sempre più intricato. Riuscirà a venirne fuori?

Capitolo 13. Celestino Maculan, investigatore privato

Capitolo-13
Sony Nex-5 con Zeiss Sonnar 24mm – 1/1600 f/2.5 ISO200 RAW

Il posto è diverso da quello che pensava. È un palazzotto signorile, di recente restauro. La pietra di Vicenza risalta candida sull’improbabile fucsia della facciata. Un cartello turistico ne celebra il nome e l’epoca, ma nell’insieme assomiglia a un marshmallow. Rubens scorre le targhe di ottone avvitate sul bugnato classico, trova il nome e suona.

La scrittura ha assorbito tutto il mio tempo libero questa settimana. La storia mi “chiamava”, il mio protagonista Rubens Gatto aveva bisogno di iniziare a lavorare seriamente sul caso. Ha affrontato la controparte, ha verificato le prime ipotesi e soprattutto ha trascinato con sé la sua “spalla”, Celestino Maculan. L’investigatore privato è entrato in scena in modo un po’ particolare, come al solito dubbioso e dichiarando di non volerci entrare. Ma già dopo poche battute si è rivolto a Rubens chiamandolo “capo”, segno inconfondibile che aveva già a preso a cuore il caso.

Ho scritto in ogni ritaglio di tempo, senza pensare ad altro. E così mi sono ritrovato a capitolo quasi concluso senza avere una fotografia da inserire in questo progetto. Eppure un’idea ce l’avevo: volevo l’immagine di un palazzo signorile, quella con cui si apre il capitolo, e ne avevo in mente alcuni di Vicenza. Avevo sempre rimandato lo scatto (tanto, sono sempre là, mica si muovono…), fino a trovarmi ieri mattina con l’impossibilità di fare un salto in città. Sabato, c’erano i giochi della gioventù del mio figlio più piccolo e indovinate chi doveva fare da fotografo… Attorno al parco non c’era posto e ho dovuto parcheggiare verso la piazza. Correndo verso le voci dei bambini (ero proprio in ritardo, avevano già attaccato con l’inno) la coda del mio occhio è stata attratta da questo edificio. Un palazzotto dal colore particolare, proprio sulla via principale del mio paese. Perfetto.

 

Capitolo 12. Senza apparente via d’uscita.

Capitolo-12
Sony NEX-5 con Zeiss Planar 45mm – 1/400 f/2 ISO 200 RAW

“Provai con il catenaccio, ma non si mosse. Mi afferrai con due mani al pomolo arrugginito e diedi alcuni strappi isterici, mentre il cuore mi accelerava all’impazzata. Le braccia mi divennero molli e la pancia un blocco di budino, provai ancora, ancora ed ancora, ma non avevo più forza e mi accasciai contro il portoncino sentendo le lacrime arrivare.”

Immaginate di avere 10 anni e trovarvi in una condizione di imminente pericolo. E per pericolo intendo proprio un rischio fisico, che minaccia la vostra incolumità. Cosa fareste? A 10 anni si può fare una sola cosa: scappare, correre via il più velocemente possibile. Ma se la corsa finisce contro un vecchio portone sbarrato? E’ la situazione del capitolo 12, dove gli eventi hanno cominciato a prendere una brutta piega, senza apparente via d’uscita.

Ho scattato questa foto mentre aspettavo mia moglie fuori da Villa Mugna, la sede comunale del mio paese. Lei aveva qualche certificato da richiedere, io ho preferito aggirarmi con la NEX e lo Zeiss 45 alla ricerca di qualche buona inquadratura per questo progetto. Nella zona più vecchia della Villa, pressochè abbandonata, un raggio di sole illuminava il catenaccio di un portone in disuso. Ho scattato, immaginando in quale vicolo cieco avrei potuto far finire la corsa di quel bambino di 10 anni.

Questo capitolo è significativo anche per un altro motivo. Nella parte finale l’io narrante si lascia sfuggire qualcosa. Un piccolo dettaglio, giusto alcune parole. E’ il primo collegamento tra i due piani narrativi del libro. Il primo ponte tra i due mondi, finora apparentemente così lontani.

 

Capitolo 11. La vicenda si aggroviglia.

Capitolo-11
Sony Nex-5 con Zeiss Sonnar 24mm – 1/40 f/4 ISO1000 RAW

L’uomo accanto a Rubens risponde con un cenno del capo e si volta. Torna indietro con le mani in tasca, il cappello calcato e il bavero del giaccone alzato. Sembra solo volersi proteggere dal freddo di questa serata nebbiosa, ma se lo riconoscessero sarebbe lui la notizia nei telegiornali della sera.

Ecco, è successo. E’ ritornata la nebbia e la vicenda si è complicata sotto le mie mani. Colpa dei personaggi, che hanno iniziato a far quel che vogliono, a non seguire più la scaletta che ho previsto, a prendersi la propria libertà di azione. Detto così potrebbe sembrare che lo scrivente abbia solo bisogno di una buona vacanza (cosa che è comunque in assoluto sempre vera), ma ha la sua spiegazione logica.

La prima stesura di questo capitolo aveva qualcosa che non andava. L’ho lasciato lì qualche giorno e l’ho rilavorato, riscrivendone buona parte. Ancora, non era convincente, qualcosa “suonava” male, ma cosa? Mi sono fermato. Ho lasciato decantare una settimana, dieci giorni e finalmente, a furia di rimuginare, ho capito che il problema era nell’azione dei personaggi, in quello che stavo facendo loro compiere. Li stavo forzando in comportamenti non coerenti con i caratteri che io avevo loro dato.

La soluzione, a quel punto, era una sola: far fare ai personaggi quello che era nella loro natura, ovvero quello che volevano e cambiare quindi la vicenda. Ho dovuto riscrivere totalmente il capitolo 11, poi tornare indietro e modificare diverse parti dei capitoli precedenti, dilatando tempi, ridistribuendo gli eventi e facendo ricollimare le cose. Un lavoro certosino, ma a suo modo gustoso nella riverifica della miriade di indizi e trabocchetti per il lettore (eheheh, mi viene ancora da sogghignare).

E dire che avevo scattato questa foto in una sera di nebbia a inizio febbraio, con in mente una certa cosa che avrebbe dovuto accadere in questo capitolo. Ora è rimasta la nebbia, ma la vicenda risulta piuttosto diversa da come l’avevo pensata. Di certo, adesso è ben più aggrovigliata.

Capitolo 10. La chiesetta del Drago.

Capitolo-10
Sony NEX-5 con 16mm – 1/500 f/5 ISO 200 RAW

L’interno della chiesetta era completamente devastato, uno sfacelo di calcinacci, assi di legno, vetri fracassati, quadri a terra, ex voto e candele sparpagliate ovunque. Una coperta di polvere ammantava tutto: i pochi banchi, gli inginocchiatoi, gli altari laterali e quel che restava di un portacandele. Il sole del pomeriggio entrava di sbieco dal tetto squarciato e rendeva il tutto ancor più irreale. Dalla penombra appena fuori il cono di luce, qualcosa sembrava osservaci. Quando mi resi conto che era il volto di un bambino, mi abbassai di scatto. – C’è qualcuno!

La foto forse tecnicamente non è tra le più riuscite della serie, ma la inserisco per una ragione particolare. Quella nel testo è la “chiesetta del Drago“, un altro dei luoghi chiave del libro. Così come descritta esiste solo nella mia fantasia, è più che altro un insieme di posti  attraverso cui sono passato.

Lo sfacelo è quello che si parò davanti ai miei occhi nella piccola chiesa di San Luigi nel maggio del ’76. Non avevo nemmeno dieci anni, ci capitai davanti in bici per caso (era proprio accanto alla biblioteca, dove andavo quasi tutti i pomeriggi). La porta era spalancata, cosa strana perché quella chiesa era sempre chiusa e mi ci affacciai. Quel disastro è impresso a fuoco nella mia memoria e rivive lungo tutto il capitolo.

Il nome, chiesetta del Drago, si ispira invece a quello di un piccolo edificio religioso che c’era in paese, dedicato a San Giorgio. Anche questo era sempre chiuso, ma sbirciando da una finestrella si poteva vedere all’interno una zanna appesa ad un trave. La tradizione voleva che fosse proprio uno dei denti del Drago di San Giorgio e avesse particolari poteri.

Forma, dimensioni e costruzione sono però quelle di una chiesetta trovata nel nulla di un’isola greca due anni fa, all’interno di una fortezza veneziana completamente in rovina (e lontana dagli itinerari turistici). Con il sole a picco del mezzogiorno e il caldo opprimente di Agosto i più piccoli del gruppo si erano fatti lamentosi ed io, per distrarli, avevo chiesto loro di farmi da soggetto per un po’ di foto con la mia NEX nuova.

E proprio lì, iniziai a pensare di inserire nella storia tre ragazzini che entravano in una chiesetta sfasciata dalla scossa di terremoto e….

Capitolo 9. Rubens Gatto, avvocato penalista.

Capitolo-9
Sony NEX-5 con Zeiss Planar 45mm – 1/30 f/2 ISO 400 RAW

“Sarà una giornata lunga. L’udienza conclusiva, la requisitoria che consegna quattro anni di lavoro nelle mani del Giudice, in quel limbo di tempo inquieto prima del verdetto. E già oggi daccapo con un nuovo interrogatorio. Perché se anche quell’uomo non si consegna subito, lo prenderanno. È solo questione di ore. A quel punto toccherà a lui, Rubens, correre: in carcere, caserma, questura, ovunque sarà. Sì, lo aspetta una giornata lunga. Afferra la sua borsa in cuoio ed esce.”

Capitolo nove, finalmente è di scena Rubens Gatto, avvocato penalista. Sì, è proprio lui, il “mio” protagonista di NON TI SVEGLIARE, che qui ritorna con un caso ancora più complesso e struggente. L’ho detto sin dall’inizio, dalla prima presentazione di NON TI SVEGLIARE (a proposito, è iniziato lo Spring Tour 2013, date un”occhiata alle date, se siete in zona fate un salto 🙂 ) l’idea è sempre stata quella di creare un personaggio “seriale”, che potesse ritornare in romanzi successivi ed evolvere anche nella sua vicenda personale e umana.

E quale immagine può rappresentare un avvocato, se non la classica borsa in cuoio da legale? Nella foto, quella che faccio impugnare a Rubens tutti i giorni, come un’arma bianca. Ha oltre vent’anni, è sformata, strisciata, il manico ricucito più volte, ma ci sono particolarmente affezionato e la uso ancora: è il regalo di Laura per la mia laurea.

Ad esser precisi, Rubens Gatto è già comparso nei capitoli precedenti. Una serie di minuscoli dettagli, indizi, piccoli spot che ne hanno preparato l’arrivo. Tuttavia, l”ingresso in scena è particolare. Non in aula, non a fianco di un cliente davanti al PM, ma in una  notte insonne. Pensieri che gli entrano in testa come in una rapina in villa e Rubens che inizia a vagare nella sua casa, con il bisogno di ascoltare musica. Un po’ come le notti insonni che capitano a me ogni tanto. Un pizzico di stress da lavoro, una manciata di preoccupazioni per i figli, una spolverata di ansia per il nostro futuro e mi ritrovo là ad osservare il buio. La cosa migliore, a quel punto, per me è alzarsi e scrivere un po’. Ed è esattamente così che ho chiuso anche questo capitolo.

 

Capitolo 8 – Un grande albero con la chioma mezza secca

Capitolo-8
Sony NEX-5 con Zeiss Planar 45mm – 1/4000 f/2 ISO 200 RAW

In quel momento stavo guardando proprio l’albero con la chioma mezza secca e quelle parole si conficcarono da qualche parte nel mio cervello come punte di spillo. Mi scostai bruscamente dalla fessura, come se qualcuno mi avesse improvvisamente infilato un dito in un occhio.

Giusto sulla strada che faccio per tornare a casa, fino ad alcuni anni fa c’era una vecchia casa ricoperta di vegetazione. Ogni giorno svoltavo in una viuzza stretta tra alcuni edifici e un alto muro di pietre. Dietro il muro, alto almeno tre metri, si intravedeva il tetto di un rudere abbandonato, asfissiato da una vegetazione incolta e con la facciata ricoperta dai rampicanti. Ci sono passato davanti per anni, almeno due volte al giorno, senza notare niente di particolare. Quella casa e il verde che la inglobava faceva parte dello skyline della mia vita. 

Poi, un giorno qualcosa è cambiato. Forse un’eredità, un passaggio di proprietà e sono arrivate pale e ruspe. In pochi giorni hanno abbattuto il muro di cinta, spianato il rudere e ripulito il terreno. Dal nulla ho visto comparire un albero, un enorme albero che negli anni non avevo mai notato, per come era stato fagocitato dai rampicanti. Aveva la chioma secca su un lato, come quelle capigliature con un ciuffo stranamente bianco. E’ rimasto lì qualche giorno, accanto ai cumuli di detriti, a farsi rimirare da bambini e automobilisti. Poi è stato abbattuto e fatto a pezzi. La notizia è rimbalzata perfino sui giornali: è saltato fuori che quello era uno dei grandi alberi censiti nella provincia di Vicenza, protetto da una legge regionale e non avrebbe potuto fare quella fine. Ma le esigenze del business e dell’edilizia selvaggia ancora una volta avevano prevalso. E poi, ormai, a posteriori era rimasto ben poco da fare. Per compensare, hanno costruito un bel casermone con appartamenti e negozi e stop.

Quel grande albero con la chioma mezza secca mi è rimasto lì, come un boccone di traverso al cuore. Per la fine che ha fatto o perché io non ero stato capace di notare una cosa così enorme per anni. Ho deciso di farlo rivivere ora nella mia storia e anzi, farlo diventare il perno attorno cui la vicenda inizia a complicarsi. E’ una piccola stupida cosa, è vero, ma cosa volete farci, è proprio il genere di stupide cose a cui non resisto.

Capitolo 7. Oltre c’è solo nero.

Capitolo-7
Sony Nex-5 con Zeiss Sonnar 24mm – 1/60 f/1.8 ISO1600 RAW

“Ha bisogno di aria, esce. Un freddo madido le arriva in faccia. Il tempo è cambiato più rapidamente di quanto previsto, il piazzale è ora fradicio. Osserva le gocce nel controluce furioso di un faro lasciato a presidiare la notte. Dalle sue spalle arrivano i rumori delle squadre rientrate, ma lì davanti non c’è nulla. Il mondo finisce ai margini di quel cono di luce, oltre c’è solo nero.”

Un altro capitolo complesso da scrivere, per due ragioni molto diverse.

Innanzitutto ho dovuto documentarmi a fondo su procedure, prassi e attività che vengono (o dovrebbero essere) svolte in queste particolari situazioni di emergenza. Volevo verosimiglianza, attenermi il più possibile allo svolgimento di fatti reali, a quello che succede in una cittadina quando la routine viene sconvolta da un fatto simile. Ho letto articoli, norme, procedure operative e parlato con diversi operatori del settore. Ho scoperto che l’allarme sociale suscitato da eventi come quello che sto narrando è tale da aver portato all’istituzione perfino di uno specifico Commissario Straordinario del Governo. Ho appreso dell’impegno a vari livelli di moltissimi altri attori, che nemmeno immaginavo: dagli Uffici Territoriali del governo alle numerose associazioni di volontariato, dalle Forze dell’Ordine ai Servizi Sociali.

In secondo luogo, il trovarmi di fronte a fatti reali, il leggere o sentir raccontare di storie vere ha fatto vacillare la mia determinazione. Mi sono bloccato, ho smesso di scrivere. Ogni volta che riaprivo il file lo stomaco mi si serrava. Come posso costruire un’opera di fantasia su un argomento del genere? Queste cose succedono. Succedono davvero. Sconvolgono le vite di persone, di gente normale, come me. E io? Io sto costruendo un racconto, una storia, attorno a questo. E’ giusto? Perché lo faccio? Per il solo diletto di creare un intreccio, di giocare a trova l’indizio con il lettore? O c’è qualcos’altro?

Ero in questo stato d’animo quando lunedì sera, appena prima di cena, sono tornato dal lavoro e mi sono fermato a riprendere il più piccolo dall’allenamento di basket. Mentre attendevo davanti alla palestra, fuori nel piazzale infuriava una pioggia gelida, densa quasi come nevischio. Sono uscito, a farmi arrivare in faccia quel freddo madido. Sono rimasto lì, a pensare e lasciarmi sferzare. Dopo un po’ ho deciso che nella mia storia sì, come già in NON TI SVEGLIARE c’era altro, molto altro: l’avrei portata fino in fondo. E , per sancire la cosa, l’avrei collocata proprio in quel piazzale. Ho tirato fuori la NEX e ho scattato.

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Capitolo 6. Se mia madre mi ha mentito

Capitolo-6
Sony NEX-5 con Zeiss Planar 45mm – 1/1250 f/2 ISO 200 RAW

Se mia madre mi ha mentito, lo ha fatto in modo convincente. Nei suoi occhi non c’era traccia di inganno quando tornai da scuola e mi disse che doveva darmi una brutta notizia. Non un’ombra.

Apro il sesto capitolo con una piccola storia personale, un minuscolo fatto avvenuto quando ero bambino, che non ho mai completamente chiarito. So che da adolescente o da adulto avrei potuto chiedere la verità a mia madre su quell’episodio, ma non l’ho mai fatto. Forse per non chiudere del tutto a chiave una delle stanze in penombra della mia infanzia o forse per non dover verificare quanto brava fosse in realtà mia madre a mentire. Questo avrebbe aperto un universo di possibilità troppo vasto per solo pensare di poterlo affrontare, a qualsiasi età.

L’aneddoto è in realtà un sottile gioco di scatole cinesi e punta dritto al tema chiave del libro, che è ben rappresentato da questa foto (ma non vi svelo di più, dovete arrivarci voi 🙂 ).

I nanetti sono nel mio giardino, proprio a fianco del vialetto di ingresso. Ho sempre irriso chi piazzava quelle statuette davanti a casa. Poi un giorno in un negozietto sono incappato in un cestino ricolmo di questi oggetti e non ho resistito. Moglie e figli hanno cercato prima di dissuadermi dall’acquisto, poi mi hanno deriso e continuano a farlo.

Ma vi assicuro che sono rimasto malissimo quando ne ho trovato uno piegato di lato, la porcellana spezzata di netto.

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