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Capitolo 16. La vecchia casa al centro del mondo.

Capitolo-16
Sony NEX-5 + LA-EA2 + Zeiss Vario Sonnar 16-80 – JPG (Panorama mode)

“Il respiro dei grilli era sempre lì, sempre lo stesso di quel giorno. Osservai la casa in pietra, il fienile, il grande albero mezzo secco. Sembrava tutto uguale alla volta precedente. O forse no? C’era qualcosa di diverso?”

Quella vecchia casa nel nulla della campagna veneta esercita una strana attrazione sul nostro piccolo protagonista. Già una volta era riuscito a sfuggirle, ma ora vi è tornato, quasi inconsciamente. Un po’ come quando hai perso un dente e con la lingua torni a tastare il sentore del sangue sulla gengiva. Nel capitolo 16 è finito di nuovo là, con il bisogno di osservare e cercare di capire cosa c’è di sbagliato in quel luogo.

L’ispirazione per questa casa, il centro del mondo narrativo per i prossimi capitoli, mi è venuta da un casolare abbandonato lungo la S.P.17. Per esigenze “drammatiche” l’ho circondata da un alto muro, ma il luogo che ho in mente quando scrivo è quello che vedete nella foto (e sì, se avete seguito uno dei miei reading su NON TI SVEGLIARE, il casolare è anche quello citato parlando del XXIII Premio Calvino… ).

La foto copre 180° di orizzonte ed è ottenuta unendo più immagini scattate in sequenza. Ho sempre adorato questo tipo di “foto a giro”, la mia prima l’ho scattata da ragazzino sotto le tre cime di lavaredo con la Minolta Hi-Matic di mio padre, e ho poi unito con lo scocth 12 foto in 10×15 su una parete della mia camera. Oggi è molto più semplice, la NEX ha la funzione panorama che sforna un JPG già pronto, funziona bene quasi quanto lo scotch!

Capitolo 15. Che cosa sta succedendo, Rubens Gatto?

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Tavoli con sedie in colori spaiati, sotto calotte alluminio ripiene di luce. Tovagliette di carta bianca disposte in schiere militari, le posate arrotolate dentro salviette rosse come sciabole da parata. Fa alcuni passi, le scarpe di cuoio scricchiolano sul pavimento di legno grezzo. Una band sul fondo suona a ripetizione un vecchio pezzo della PFM, ma il locale è vuoto, completamente vuoto. Che cosa sta succedendo, Rubens Gatto?

Pausa di riflessione, battuta d’arresto o quello che il §7.3.3 della ISO9001:2008 chiama riesame della progettazione e sviluppo? Comunque la  mettiamo, è passato un po’ di tempo da capitolo e foto precedenti. La ragione è che a luglio “arrivo lungo”, stanco da un anno di lavoro (quello vero, intendo), con mille attività da chiudere prima delle ferie e il caldo che alza il livello di nervosismo. Torno a casa con la testa piena, con la voglia solo di mettermi le ASICS e andare a correre lungo l’argine. Anche la sera i figli (in vacanza, loro) ora stanno alzati fino a tardi e reclamano partite a Cluedo o a Macchiavelli…

E così mi sono fermato, ho lasciato decantare il testo. Ho letto qualche libro di riferimento della “concorrenza”, cercando di capire cosa ne apprezzavo veramente e come migliorarmi. E poi ho riletto il mio lavoro. Daccapo, tutto d’un fiato. Con l’intento di coglierne la visione di insieme, di assaporarne il gusto complessivo. Un vero e proprio riesame di progetto, che mi ha portato a ritoccare qualche parte, sfrondare alcuni passaggi, rendere più “secchi” alcuni dialoghi. E per sancire questa milestone ho anche deciso che la foto sarebbe stata qualcosa di più: un video.

Ora siamo al punto in cui la valanga degli eventi si è staccata e inizia a prendere velocità. L’avvocato Rubens Gatto e l’investigatore Celestino Maculan iniziano a ricostruire i fatti. Per farlo si incontrano in un locale deserto, come quello in cui siamo capitati una sera dello scorso inverno io e Laura. I figli dai nonni, in tasca i biglietti per uno spettacolo teatrale a Verona e nel tragitto perfino il tempo per una cena da “morosi”. Siamo incappati in un locale messicano alle porte della città. Vista l’ora era completamente deserto, ma una band suonava imperterrita davanti ai tavoli vuoti. Inquietante. Un’atmosfera da riprendere con lo smartphone e tenere buona per il libro!

 

Ho

Capitolo 14. Una trappola nel mare d’erba.

Capitolo-14
Sony NEX-5 con Zeiss Planar 45mm – 1/2500 f/2.8 ISO 200 RAW – 16:9

Mi fermai un paio di metri prima che l’erba finisse, prima dello spiazzo di cemento. E adesso? Rimasi in ascolto, scrutando tra gli steli verdi e oro. Lo stridio dei grilli e delle cicale pulsava a tempo col mio cuore. Una brezza leggera faceva fremere di tanto in tanto le spighe di semi non ancora mature. Mi avvicinai un po’ di più allo spiazzo. Era una trappola, lo sentivo.

Niente nebbia finalmente. Né nel testo, né nelle foto, né fuori. Quando ho iniziato a scrivere questo livello della storia era inverno profondo e confesso che ho avuto qualche difficoltà a immaginare un fine maggio stranamente afoso. Problemi di memoria, soprattutto (sì, l’età…). Difficile ricordare quelle piccole cose che quand’è il momento di viverle non si notano, ma diventano fondamentali quando c’è da portare una storia sulla carta. Di che colore sono gli steli d’erba a inizio giugno? In che periodo del mese matura il grano? Quand’è che si inizia a sentire la pressione del sole sulla pelle?

Ho scattato questa immagine sull’argine del fiume che passa dietro casa, lo stesso corso d’acqua che compare nella prima foto di questo progetto e con lo stesso “volontario” (ovvero, l’unico dei miei figli ancora disposto a farsi fotografare). Mi impressiona vedere come il tempo stia scorrendo, più velocemente di quanto io riesca a scrivere, ma mi dà un senso di calore il rendermi conto che la storia sta crescendo attorno ai luoghi dove vivo.

Il 16:9 è un formato che uso raramente, troppo “televisivo”, ma qui mi sembra appropriato. Il mio piccolo protagonista è infatti rimasto solo in questo capitolo. Solo in un luogo isolato, dentro un mare d’erba e alle prese con un mistero che inizia a farsi sempre più intricato. Riuscirà a venirne fuori?

Capitolo 13. Celestino Maculan, investigatore privato

Capitolo-13
Sony Nex-5 con Zeiss Sonnar 24mm – 1/1600 f/2.5 ISO200 RAW

Il posto è diverso da quello che pensava. È un palazzotto signorile, di recente restauro. La pietra di Vicenza risalta candida sull’improbabile fucsia della facciata. Un cartello turistico ne celebra il nome e l’epoca, ma nell’insieme assomiglia a un marshmallow. Rubens scorre le targhe di ottone avvitate sul bugnato classico, trova il nome e suona.

La scrittura ha assorbito tutto il mio tempo libero questa settimana. La storia mi “chiamava”, il mio protagonista Rubens Gatto aveva bisogno di iniziare a lavorare seriamente sul caso. Ha affrontato la controparte, ha verificato le prime ipotesi e soprattutto ha trascinato con sé la sua “spalla”, Celestino Maculan. L’investigatore privato è entrato in scena in modo un po’ particolare, come al solito dubbioso e dichiarando di non volerci entrare. Ma già dopo poche battute si è rivolto a Rubens chiamandolo “capo”, segno inconfondibile che aveva già a preso a cuore il caso.

Ho scritto in ogni ritaglio di tempo, senza pensare ad altro. E così mi sono ritrovato a capitolo quasi concluso senza avere una fotografia da inserire in questo progetto. Eppure un’idea ce l’avevo: volevo l’immagine di un palazzo signorile, quella con cui si apre il capitolo, e ne avevo in mente alcuni di Vicenza. Avevo sempre rimandato lo scatto (tanto, sono sempre là, mica si muovono…), fino a trovarmi ieri mattina con l’impossibilità di fare un salto in città. Sabato, c’erano i giochi della gioventù del mio figlio più piccolo e indovinate chi doveva fare da fotografo… Attorno al parco non c’era posto e ho dovuto parcheggiare verso la piazza. Correndo verso le voci dei bambini (ero proprio in ritardo, avevano già attaccato con l’inno) la coda del mio occhio è stata attratta da questo edificio. Un palazzotto dal colore particolare, proprio sulla via principale del mio paese. Perfetto.

 

Capitolo 12. Senza apparente via d’uscita.

Capitolo-12
Sony NEX-5 con Zeiss Planar 45mm – 1/400 f/2 ISO 200 RAW

“Provai con il catenaccio, ma non si mosse. Mi afferrai con due mani al pomolo arrugginito e diedi alcuni strappi isterici, mentre il cuore mi accelerava all’impazzata. Le braccia mi divennero molli e la pancia un blocco di budino, provai ancora, ancora ed ancora, ma non avevo più forza e mi accasciai contro il portoncino sentendo le lacrime arrivare.”

Immaginate di avere 10 anni e trovarvi in una condizione di imminente pericolo. E per pericolo intendo proprio un rischio fisico, che minaccia la vostra incolumità. Cosa fareste? A 10 anni si può fare una sola cosa: scappare, correre via il più velocemente possibile. Ma se la corsa finisce contro un vecchio portone sbarrato? E’ la situazione del capitolo 12, dove gli eventi hanno cominciato a prendere una brutta piega, senza apparente via d’uscita.

Ho scattato questa foto mentre aspettavo mia moglie fuori da Villa Mugna, la sede comunale del mio paese. Lei aveva qualche certificato da richiedere, io ho preferito aggirarmi con la NEX e lo Zeiss 45 alla ricerca di qualche buona inquadratura per questo progetto. Nella zona più vecchia della Villa, pressochè abbandonata, un raggio di sole illuminava il catenaccio di un portone in disuso. Ho scattato, immaginando in quale vicolo cieco avrei potuto far finire la corsa di quel bambino di 10 anni.

Questo capitolo è significativo anche per un altro motivo. Nella parte finale l’io narrante si lascia sfuggire qualcosa. Un piccolo dettaglio, giusto alcune parole. E’ il primo collegamento tra i due piani narrativi del libro. Il primo ponte tra i due mondi, finora apparentemente così lontani.

 

Capitolo 10. La chiesetta del Drago.

Capitolo-10
Sony NEX-5 con 16mm – 1/500 f/5 ISO 200 RAW

L’interno della chiesetta era completamente devastato, uno sfacelo di calcinacci, assi di legno, vetri fracassati, quadri a terra, ex voto e candele sparpagliate ovunque. Una coperta di polvere ammantava tutto: i pochi banchi, gli inginocchiatoi, gli altari laterali e quel che restava di un portacandele. Il sole del pomeriggio entrava di sbieco dal tetto squarciato e rendeva il tutto ancor più irreale. Dalla penombra appena fuori il cono di luce, qualcosa sembrava osservaci. Quando mi resi conto che era il volto di un bambino, mi abbassai di scatto. – C’è qualcuno!

La foto forse tecnicamente non è tra le più riuscite della serie, ma la inserisco per una ragione particolare. Quella nel testo è la “chiesetta del Drago“, un altro dei luoghi chiave del libro. Così come descritta esiste solo nella mia fantasia, è più che altro un insieme di posti  attraverso cui sono passato.

Lo sfacelo è quello che si parò davanti ai miei occhi nella piccola chiesa di San Luigi nel maggio del ’76. Non avevo nemmeno dieci anni, ci capitai davanti in bici per caso (era proprio accanto alla biblioteca, dove andavo quasi tutti i pomeriggi). La porta era spalancata, cosa strana perché quella chiesa era sempre chiusa e mi ci affacciai. Quel disastro è impresso a fuoco nella mia memoria e rivive lungo tutto il capitolo.

Il nome, chiesetta del Drago, si ispira invece a quello di un piccolo edificio religioso che c’era in paese, dedicato a San Giorgio. Anche questo era sempre chiuso, ma sbirciando da una finestrella si poteva vedere all’interno una zanna appesa ad un trave. La tradizione voleva che fosse proprio uno dei denti del Drago di San Giorgio e avesse particolari poteri.

Forma, dimensioni e costruzione sono però quelle di una chiesetta trovata nel nulla di un’isola greca due anni fa, all’interno di una fortezza veneziana completamente in rovina (e lontana dagli itinerari turistici). Con il sole a picco del mezzogiorno e il caldo opprimente di Agosto i più piccoli del gruppo si erano fatti lamentosi ed io, per distrarli, avevo chiesto loro di farmi da soggetto per un po’ di foto con la mia NEX nuova.

E proprio lì, iniziai a pensare di inserire nella storia tre ragazzini che entravano in una chiesetta sfasciata dalla scossa di terremoto e….

Capitolo 9. Rubens Gatto, avvocato penalista.

Capitolo-9
Sony NEX-5 con Zeiss Planar 45mm – 1/30 f/2 ISO 400 RAW

“Sarà una giornata lunga. L’udienza conclusiva, la requisitoria che consegna quattro anni di lavoro nelle mani del Giudice, in quel limbo di tempo inquieto prima del verdetto. E già oggi daccapo con un nuovo interrogatorio. Perché se anche quell’uomo non si consegna subito, lo prenderanno. È solo questione di ore. A quel punto toccherà a lui, Rubens, correre: in carcere, caserma, questura, ovunque sarà. Sì, lo aspetta una giornata lunga. Afferra la sua borsa in cuoio ed esce.”

Capitolo nove, finalmente è di scena Rubens Gatto, avvocato penalista. Sì, è proprio lui, il “mio” protagonista di NON TI SVEGLIARE, che qui ritorna con un caso ancora più complesso e struggente. L’ho detto sin dall’inizio, dalla prima presentazione di NON TI SVEGLIARE (a proposito, è iniziato lo Spring Tour 2013, date un”occhiata alle date, se siete in zona fate un salto 🙂 ) l’idea è sempre stata quella di creare un personaggio “seriale”, che potesse ritornare in romanzi successivi ed evolvere anche nella sua vicenda personale e umana.

E quale immagine può rappresentare un avvocato, se non la classica borsa in cuoio da legale? Nella foto, quella che faccio impugnare a Rubens tutti i giorni, come un’arma bianca. Ha oltre vent’anni, è sformata, strisciata, il manico ricucito più volte, ma ci sono particolarmente affezionato e la uso ancora: è il regalo di Laura per la mia laurea.

Ad esser precisi, Rubens Gatto è già comparso nei capitoli precedenti. Una serie di minuscoli dettagli, indizi, piccoli spot che ne hanno preparato l’arrivo. Tuttavia, l”ingresso in scena è particolare. Non in aula, non a fianco di un cliente davanti al PM, ma in una  notte insonne. Pensieri che gli entrano in testa come in una rapina in villa e Rubens che inizia a vagare nella sua casa, con il bisogno di ascoltare musica. Un po’ come le notti insonni che capitano a me ogni tanto. Un pizzico di stress da lavoro, una manciata di preoccupazioni per i figli, una spolverata di ansia per il nostro futuro e mi ritrovo là ad osservare il buio. La cosa migliore, a quel punto, per me è alzarsi e scrivere un po’. Ed è esattamente così che ho chiuso anche questo capitolo.

 

Capitolo 8 – Un grande albero con la chioma mezza secca

Capitolo-8
Sony NEX-5 con Zeiss Planar 45mm – 1/4000 f/2 ISO 200 RAW

In quel momento stavo guardando proprio l’albero con la chioma mezza secca e quelle parole si conficcarono da qualche parte nel mio cervello come punte di spillo. Mi scostai bruscamente dalla fessura, come se qualcuno mi avesse improvvisamente infilato un dito in un occhio.

Giusto sulla strada che faccio per tornare a casa, fino ad alcuni anni fa c’era una vecchia casa ricoperta di vegetazione. Ogni giorno svoltavo in una viuzza stretta tra alcuni edifici e un alto muro di pietre. Dietro il muro, alto almeno tre metri, si intravedeva il tetto di un rudere abbandonato, asfissiato da una vegetazione incolta e con la facciata ricoperta dai rampicanti. Ci sono passato davanti per anni, almeno due volte al giorno, senza notare niente di particolare. Quella casa e il verde che la inglobava faceva parte dello skyline della mia vita. 

Poi, un giorno qualcosa è cambiato. Forse un’eredità, un passaggio di proprietà e sono arrivate pale e ruspe. In pochi giorni hanno abbattuto il muro di cinta, spianato il rudere e ripulito il terreno. Dal nulla ho visto comparire un albero, un enorme albero che negli anni non avevo mai notato, per come era stato fagocitato dai rampicanti. Aveva la chioma secca su un lato, come quelle capigliature con un ciuffo stranamente bianco. E’ rimasto lì qualche giorno, accanto ai cumuli di detriti, a farsi rimirare da bambini e automobilisti. Poi è stato abbattuto e fatto a pezzi. La notizia è rimbalzata perfino sui giornali: è saltato fuori che quello era uno dei grandi alberi censiti nella provincia di Vicenza, protetto da una legge regionale e non avrebbe potuto fare quella fine. Ma le esigenze del business e dell’edilizia selvaggia ancora una volta avevano prevalso. E poi, ormai, a posteriori era rimasto ben poco da fare. Per compensare, hanno costruito un bel casermone con appartamenti e negozi e stop.

Quel grande albero con la chioma mezza secca mi è rimasto lì, come un boccone di traverso al cuore. Per la fine che ha fatto o perché io non ero stato capace di notare una cosa così enorme per anni. Ho deciso di farlo rivivere ora nella mia storia e anzi, farlo diventare il perno attorno cui la vicenda inizia a complicarsi. E’ una piccola stupida cosa, è vero, ma cosa volete farci, è proprio il genere di stupide cose a cui non resisto.

Capitolo 7. Oltre c’è solo nero.

Capitolo-7
Sony Nex-5 con Zeiss Sonnar 24mm – 1/60 f/1.8 ISO1600 RAW

“Ha bisogno di aria, esce. Un freddo madido le arriva in faccia. Il tempo è cambiato più rapidamente di quanto previsto, il piazzale è ora fradicio. Osserva le gocce nel controluce furioso di un faro lasciato a presidiare la notte. Dalle sue spalle arrivano i rumori delle squadre rientrate, ma lì davanti non c’è nulla. Il mondo finisce ai margini di quel cono di luce, oltre c’è solo nero.”

Un altro capitolo complesso da scrivere, per due ragioni molto diverse.

Innanzitutto ho dovuto documentarmi a fondo su procedure, prassi e attività che vengono (o dovrebbero essere) svolte in queste particolari situazioni di emergenza. Volevo verosimiglianza, attenermi il più possibile allo svolgimento di fatti reali, a quello che succede in una cittadina quando la routine viene sconvolta da un fatto simile. Ho letto articoli, norme, procedure operative e parlato con diversi operatori del settore. Ho scoperto che l’allarme sociale suscitato da eventi come quello che sto narrando è tale da aver portato all’istituzione perfino di uno specifico Commissario Straordinario del Governo. Ho appreso dell’impegno a vari livelli di moltissimi altri attori, che nemmeno immaginavo: dagli Uffici Territoriali del governo alle numerose associazioni di volontariato, dalle Forze dell’Ordine ai Servizi Sociali.

In secondo luogo, il trovarmi di fronte a fatti reali, il leggere o sentir raccontare di storie vere ha fatto vacillare la mia determinazione. Mi sono bloccato, ho smesso di scrivere. Ogni volta che riaprivo il file lo stomaco mi si serrava. Come posso costruire un’opera di fantasia su un argomento del genere? Queste cose succedono. Succedono davvero. Sconvolgono le vite di persone, di gente normale, come me. E io? Io sto costruendo un racconto, una storia, attorno a questo. E’ giusto? Perché lo faccio? Per il solo diletto di creare un intreccio, di giocare a trova l’indizio con il lettore? O c’è qualcos’altro?

Ero in questo stato d’animo quando lunedì sera, appena prima di cena, sono tornato dal lavoro e mi sono fermato a riprendere il più piccolo dall’allenamento di basket. Mentre attendevo davanti alla palestra, fuori nel piazzale infuriava una pioggia gelida, densa quasi come nevischio. Sono uscito, a farmi arrivare in faccia quel freddo madido. Sono rimasto lì, a pensare e lasciarmi sferzare. Dopo un po’ ho deciso che nella mia storia sì, come già in NON TI SVEGLIARE c’era altro, molto altro: l’avrei portata fino in fondo. E , per sancire la cosa, l’avrei collocata proprio in quel piazzale. Ho tirato fuori la NEX e ho scattato.

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Capitolo 6. Se mia madre mi ha mentito

Capitolo-6
Sony NEX-5 con Zeiss Planar 45mm – 1/1250 f/2 ISO 200 RAW

Se mia madre mi ha mentito, lo ha fatto in modo convincente. Nei suoi occhi non c’era traccia di inganno quando tornai da scuola e mi disse che doveva darmi una brutta notizia. Non un’ombra.

Apro il sesto capitolo con una piccola storia personale, un minuscolo fatto avvenuto quando ero bambino, che non ho mai completamente chiarito. So che da adolescente o da adulto avrei potuto chiedere la verità a mia madre su quell’episodio, ma non l’ho mai fatto. Forse per non chiudere del tutto a chiave una delle stanze in penombra della mia infanzia o forse per non dover verificare quanto brava fosse in realtà mia madre a mentire. Questo avrebbe aperto un universo di possibilità troppo vasto per solo pensare di poterlo affrontare, a qualsiasi età.

L’aneddoto è in realtà un sottile gioco di scatole cinesi e punta dritto al tema chiave del libro, che è ben rappresentato da questa foto (ma non vi svelo di più, dovete arrivarci voi 🙂 ).

I nanetti sono nel mio giardino, proprio a fianco del vialetto di ingresso. Ho sempre irriso chi piazzava quelle statuette davanti a casa. Poi un giorno in un negozietto sono incappato in un cestino ricolmo di questi oggetti e non ho resistito. Moglie e figli hanno cercato prima di dissuadermi dall’acquisto, poi mi hanno deriso e continuano a farlo.

Ma vi assicuro che sono rimasto malissimo quando ne ho trovato uno piegato di lato, la porcellana spezzata di netto.

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Capitolo 5. Pubblico Ministero

Capitolo-5
2013 – Sony Nex-5 con Zeiss Sonnar 24mm – 1/40 f/2.8 ISO1000 RAW

Lampade ad arco friggono nell’umidità satura della notte e dalle volute di nebbia emerge l’abside di una chiesa. Ormai dovrebbe essere arrivata.

Un capitolo difficile. L’ho scritto, corretto e riscritto da capo più volte. Dovevo introdurre il PM responsabile delle indagini e c’erano diverse questioni procedurali, su cui ho dovuto documentarmi a fondo. Mi sono ristudiato Codice Penale e Codice di Procedura Penale, ho carpito da fonti del mestiere minuscoli dettagli in cui nascondere il diavolo, ho letto protocolli operativi, dossier, perizie su fatti (simili) realmente accaduti.

Inoltre volevo far entrare in scena il PM nel modo giusto (in scena e nel cuore del lettore). L’antagonista (o forse co-protagonista, vedremo) di Rubens Gatto ha qui un taglio particolare, molto diverso dal PM di NON TI SVEGLIARE. Ho immaginato esattamente la scena che vedete nella foto, il PM in gran fretta arriva a San Leo (cittadina che ancora non conosce) in una sera di nebbia e cerca di orientarsi in qualche modo. Un semaforo, una chiesa, il riflesso arancione dei lampioni.

Queste sere di nebbia capitano spesso da noi in questo periodo, come la domenica in cui ho scattato questa foto. I figli che non vogliono saperne di uscire, due passi in piazza con Laura come due morosi, la visita alla mostra su Guttuso a Palazzo Pisani, due chiacchiere con amici incrociati per caso. E nel mentre, poso a terra la NEX per scattare una foto, esattamente a quello di cui sto scrivendo.

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Capitolo 4. Ricreazione

Capitolo-4
2010 - SONY A700 con Minolta APO 80-200 f2.8 - ISO 200 1/1000 f2.8 RAW

A ricreazione sciamammo fuori in cortile e scoprimmo che un angolo era stato recintato. Nonostante le grida e i richiami delle maestre ci ammassammo attorno alla recinzione fatta da transenne, corda e bidelli. Le transenne non erano altro che gli ostacoli usati per la corsa sugli ottanta metri. In metallo bitorzoluto, con la traversa in legno bianca e rossa e la targhetta Dymo con il numeretto che identificava tutte le proprietà della scuola elementare di San Leo.

Scrivo, in pigiama sotto le coperte, e Laura mi chiede perché sorrido di continuo. E’ un capitolo lieve, necessario dopo la tenebra del terzo. Rievoco la scuola dove sono cresciuto e che non ho più rivisto, riporto alla mente volti, aneddoti, colori e profumi di quegli anni sfolgoranti e ingenui. Mi piace il contrasto di questo quarto capitolo con il precedente, mi piace lo stridore di questo cambio di scena. Un po’ come è qui adesso. Fuori c’è vento e neve, la tempesta perfetta prevista da giorni per carnevale è finalmente arrivata, ed io appena finito di raccontare di un Maggio stranamente afoso.

Mentre scrivevo ho messo sul desktop questa foto (scattata con la A700 e il glorioso “Nerone” – Minolta APO 80-200 f2.8 – ai Giochi della Gioventù di Nicola, il mio secondogenito) in modo da aiutarmi a rendere in testo la cacofonia di colori, voci e movimenti che si verifica in un cortile di scuola elementare a ricreazione.

In quel cortile un gruppetto di ragazzini scopre che nella notte è avvenuto qualcosa di strano, in un posto molto particolare appena fuori paese.  E all’insaputa di tutti decidono di andare a vedere.

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Capitolo 3. Ora il buio è quasi completo

Capitolo-3
2013 - Sony Nex-5 con Zeiss Sonnar 24mm - 1/40 f/1.8 ISO400 RAW

Ora il freddo si è fatto più intenso, il buio è quasi completo. Cerca di infilare gli occhi nella massa della notte, ma vede solo nero. Un muro oscuro, impenetrabile. Ecco, adesso c’è solo quello davanti a lei.

Ieri sera ho fatto tutta una tirata, come diceva il Poeta, ma non da Omaha a Tucson. Ho iniziato a scrivere tardi, dopo che i figli hanno finito i loro traffici e si sono infilati a letto. Dopo un po’ Laura ha chiuso il libro che stava leggendo, io le ho detto “un minuto solo, finisco la frase e spengo”. Lei si è addormentata, la mia frase è diventata un paragrafo, una pagina, due. Ho proseguito in apnea fino al termine del capitolo, il terzo. Il salvataggio del file riporta 02:47.

Alla fine la stanchezza premeva dietro le palpebre, ma ho dormito male. Un sonno agitato, tormentato forse da incubi che però, come al solito, la mattina non ricordo. Era un pezzo che non mi succedeva di rigirarmi così nel letto. In genere scrivere fino a tardi è una fatica liberatoria, poi crollo e dormo come un bambino.

So che la colpa è di quello che ho scritto. Il capitolo era iniziato in tono leggero, con un profumo di lacca per capelli e Catty che rincasava. Poi piano piano si è incupito, fino a ritrovarsi avvolto in quel buio quasi completo.

Ho scattato questa foto davanti a casa, aveva appena smesso di piovere e il quartiere era deserto. Nessun rumore, nessuna auto, nessun passante, solo la luce ambrata dei lampioni. La strada dove abito trasmetteva un senso di inquietudine cupa. La stessa che è finita dentro questo terzo capitolo.

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Capitolo 2. Da dove inizia?

Capitolo-2
2012 - Sony NEX-5 con Zeiss Sonnar 24mm - 1/4000 f/2.8 ISO 200 RAW

Perché tutto quello che successe poi quell’estate, tutti gli avvenimenti che la segnarono, di fatto iniziarono proprio quel giorno. E da quel momento, dopo quella scossa di terremoto, tutto andò chiaramente fuori posto. Le cose assunsero un’inclinazione anomala e scivolarono via in un modo sbagliato.

Come in NON TI SVEGLIARE, anche questa storia è scritta su due livelli. Sul primo, la narrazione “canonica” in terza persona segue passo passo al giorno d’oggi l’evolversi dei fatti, diciamo al tempo reale. Sul secondo livello, un io narrante racconta (in prima persona) una vicenda antecedente, che parte da lontano. Tra i due piani narrativi all’inizio sembra non esserci nessuna relazione, poi a poco a poco… C’è poco da fare, questo modo di scrivere mi intriga in modo particolare. Perché funzioni bisogna coordinare bene tempi (e indizi) tra i due livelli, ma questo è parte del divertimento 🙂 .

Ho scattato questa foto ad inizio Agosto 2012, con lo Zeiss Sonnar 24mm E-mount ordinato in Francia e arrivato giusto in tempo per le ferie (il mio regalo di compleanno, da allora è praticamente sempre montato sulla NEX). Eravamo in vacanza da pochi giorni e stavo già ampiamente rimuginando sulla trama di questo secondo libro. Ho virato i colori in postproduzione, in modo da far assumere all’immagine i toni di quelle fotografie su carta Kodak lasciate nei cassetti per anni (forse andava scolorita un po’ di più, ma mi dispiaceva massacrare la resa del piccolo Zeiss).

La vicenda del passato inizia infatti qui, in questo secondo capitolo, ed inizia in un giorno molto preciso: il 6 maggio 1976. Io avevo quasi dieci anni e, come tutti nel nord-est, ricordo perfettamente quello che stavo facendo alle nove di sera di quel giorno.

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Capitolo 1. Una di quelle cose sbagliate

Capitolo-1
2013 - Sony NEX-5 con Zeiss Sonnar 24 mm - 1/40 f/8.0 ISO 640 RAW

Prende la passerella delle oche e si incammina nel bianco. A malapena vede il profilo della sponda opposta, è come attraversare una nuvola a piedi. La struttura in legno e acciaio è madida, sotto di lui sente uno scroscio d’acqua e le scarpe che mandano rimbombi metallici. Un passo alla volta si lascia alle spalle il centro di San Leo.

Gianluca ha nove anni e in un pomeriggio di febbraio, dopo una lezione di catechismo interrotta da un evento anomalo, compie un’azione che non dovrebbe. Lo sa che è sbagliata, ma una particolare circostanza lo porta a compierla. Da qui ha inizio la vicenda. Dal gesto errato di un bambino, da una di quelle piccole cose inaspettate che a volte i bambini fanno perché sono bambini o perché pensano di doverle fare.

Ho questa storia in mente da quasi tre anni. E’ una storia a suo modo terribile. L’ho iniziata, lasciata, ripresa, interrotta e ricominciata più e più volte. Perché, mi dicevo, qualcosa nella trama non mi convinceva o il meccanismo non scattava perfettamente. E ogni volta scrivevo qualcosina, poi rivedevo la sequenza dei fatti, l’ordine dei capitoli, le concatenazioni di azioni e conseguenze. E ogni volta, sempre, tornavo all’idea di partenza, terrificante nella sua atroce semplicità.

In realtà ero io che non ero pronto, per tante ragioni. A darmi l’abbrivio, a sbloccarmi come quei motorini incantati, è stato un quadro di Winslow Homer, visto alla mostra “Raffaello verso Picasso” prima di Natale. Osservando quel quadro, quei due bambini immersi in quella natura così sottilmente inquietante, ho capito come dovevo affrontare questa storia. Spero di avere la capacità di raccontarla come la sento. Spero che venga fuori nel modo in cui è dentro di me, nel modo in cui anche ora, mentre scrivo queste righe, la sento premere qui, tra petto e gola.

La frase sotto la fotografia è estratta dal primo capitolo (come richiedono le regole di questo gioco). San Leo è la stessa cittadina veneta (immaginaria) dove già è ambientato NON TI SVEGLIARE. E come nel precedente legal thriller, il testo si lega a luoghi reali, che vedo tutti i giorni. La passerella delle oche citata è il ponte che si vede al centro. Il percorso che compie Gianluca, facendo quello che fa, è esattamente quello nella fotografia. Per questa volta ho preferito il B/N, rielaborando l’immagine in post con filtro blu ad alto contrasto.

Un’ultima cosa: scrivendo questo primo capitolo mi sono immediatamente affezionato a Gianluca. GiLù, GianLu. E’ bastato farlo sedere da solo su un muretto, nell’attesa di qualcuno che lo venisse a prendere, nell’attesa che qualcuno si ricordasse di lui. Poche righe e mi è entrato nel cuore, forse perché proietto in lui l’immagine dei miei figli, di quando sono passati attraverso quell’età. Non volevo affezionarmi a GiLù, non dovevo affezionarmi a lui. Perché, anche se sarà indirettamente protagonista di tutto il libro, non so se lo rivedrò. Non lo so ancora.

 

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